martedì 3 maggio 2011

“ [l’architettura e gli architetti] Sono fermi su alcune certezze che in realtà i tempi, le necessità, le possibilità, i nuovi materiali avevano già scosso alle fondamenta” (A. Saggio)

Alcune di queste “certezze” non sono forse il progettare secondo sistemi costruttivi tradizionali, trovati e sperimentati nel tempo? Il crollo di tali “certezze” non è forse legato ad un’impossibilità e ad un’incapacità, iniziali, di comprendere le nuove possibilità costruttive?

In un articolo comparso su Casabella dal titolo "L’insegnamento dell’architettura” , Nervi spiega come l’architetto, per creare l’opera architettonica, deve avere una completa padronanza della tecnica, conoscerne possibilità e limiti: "non ha bisogno di formule esatte, ma di concetti ben chiari in senso qualitativo e largamente approssimati, in senso quantitativo".

Il Moderno, nella sua fase iniziale, si manifesta attraverso opere d’ingegneria civile perché gli ingegneri sono i soli progettisti capaci di tradurre in opera architettonica le immense opportunità che i processi industriali e i nuovi materiali offrono. Il Movimento raggiunge il suo massimo grado d’espressione quando l’architettura è in grado di sfruttare tali opportunità.

La Galleria Nazionale di Arte Moderna a Berlino e la Convention hall di Mies Van der Rohe non esprimono forse una conoscenza tecnica che consente la semplificazione e la riduzione degli elementi strutturali in favore della composizione architettonica?

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